ROSSO SU ARGENTO
di Luigi Mastropaolo

Il suo “primo omicidio”, Dario Argento, lo ha commesso a trent’anni. È il 1970 e il Maestro romano gira il suo primo successo, “L’uccello dalla piume di cristallo”. Il luogo del delitto è una meravigliosa galleria d’arte. Nel celebre film, l’omicidio non si compie; la vittima riesce all’ultimo momento a sfuggire alla mano assassina. Ma siamo già dentro a un mondo fatto di paure: la galleria è popolata di statue contorte e mostruose, collocate in un ambiente freddo e luminoso.

La sua assistente mi ha dato tutte le informazioni necessarie, raccomandandomi di essere puntuale e mi rassicura: «In genere, concede un’ora ai suoi intervistatori». L’appuntamento è presso Parioli, una delle zone più esclusive di Roma.
La palazzina dove vive Argento è stata costruita intorno agli anni ‘40, ben esposta, sebbene protetta e nascosta da grandi platani. È un complesso elegante, a cui si accede attraverso un cortiletto privato. Da fuori è un palazzo come gli altri, dentro potrebbe essere una splendida location per uno dei suoi film, specialmente il grande ascensore in legno che mi trasporta all’ultimo piano.
Il Maestro è sulla soglia di casa.
Per l’occasione indossa un felpa grigia e dei pantaloni larghi. «Oh» mi dice guardandomi e sorridendo. Gli ricordo che sono la persona riservata per le 17.30.
Mi dà il benvenuto con la sua voce bassa e leggermente sospirata, e m’invita a seguirlo nel grande salone dove passa gran parte del suo tempo a studiare, leggere e scrivere.
Sulla sua scrivania, invasa da giornali, libri, e carte, c’è lo spazio giusto per una bottiglia d’acqua e due bicchieri.
Versa un po’ d’acqua nei bicchieri e mi racconta di essere stato contattato per lavorare a una nuova versione di Suspiria, che gli “americani” vorrebbero realizzare in 3D. Alcuni giornali danno per certa la presenza nel cast di Natalie Portman.
Spera che il progetto possa andare in porto, ma non vuole dire altro, perché sa che i tempi di realizzazione di un film sono sempre lunghi e in questo mondo tutto può accadere.
Sorride, lusingato e deluso ad un tempo, considerando il grande credito che il suo cinema ha presso registi come Stuart Gordon, George
A. Romero e John Carpenter, mentre in Italia si continua a pensare a lui come ad una curiosa anomalia.
«Gli americani sono stati i primi ad apprezzare i miei film. Ora, anche in Italia, la critica mi considera, ma all’inizio…».
Mentre mi parla di cinema, facciamo alcuni commenti sui suoi film. Mi piace sottolineare che nel suo primo lavoro, “L’uccello dalle piume di cristallo”, un delitto è ambientato in una galleria d’arte. Sorride. «Si, è vero…». Mi spiega che ha iniziato ad appassionarsi di cinema molto presto.
Un amore naturale e quasi spontaneo viste le sue origini. Nato a Roma, il 7 settembre 1940, Argento è cresciuto in un ambiente cinematografico. Il padre, Salvatore, è stato un importante produttore, la madre, Elda, una fotografa. Con i genitori ha avuto un rapporto complesso e anche di rottura mi racconta. «Ero un ribelle… anche se ci accomunava il cinema, avevamo visioni diverse, abbiamo imparato ad amarci quando ormai ero diventato un adulto, specialmente con papà. Quando ero piccolo li vedevo poco» mi dice con rammarico. È nello studio di sua madre che Argento impara a guardare: influenzato dalle figure femminili, dalla cura per il dettaglio, dal gusto per l’illuminazione. «Mi sono riavvicinato a mamma quando ho perso mio padre, nel 1987. Fino a poco tempo fa avevamo l’abitudine di andare a pranzo insieme la domenica. Adesso si è un po’ impigrita» mi dice sorridendo. «Ogni tanto la porto al mare, perché soffre di allergia. Siamo molto amici» mi dice.
Sulla credenza, alle sue spalle, c’è una piccola immagine sacra.
Ricordo una vecchia intervista, in cui Argento spiegava il senso di pace che provava quando da bambino si recava in chiesa.
«L’odore dell’incenso, le litanie religiose mi hanno sempre affascinato. A nove, dieci anni, nel mese di maggio facevo il mese mariano. Prima di andare a scuola andavo a messa per una mezz’ora. Mi piaceva, non sentivo la fatica di svegliarmi prima».
Questo legame con il sacro non è stato privo di dubbi, come qualsiasi forma di fede. Ma dopo diversi anni, Argento è tornato a interrogarsi sul significato della vita e la risposta l’ha trovata nella devozione.
«Questa riscoperta è coincisa con la nascita delle mie figlie e la morte di papà, un momento difficile e di grande solitudine».
Dario Argento è una persona schiva, riservata. Non gli piace parlare di sé, ma ama guardare, osservare, registrare immagini e abbandonarsi alla creazione del suo universo fantastico.
In questo suo atteggiamento appare segnato da una profonda e misteriosa inquietudine, quell’inquietudine che appartiene ai grandi artisti maledetti che, come Poe, Baudelaire, Caravaggio, pur facendo arte, non ambiscono al bello e all’assoluto, ma alla declinazione infinita delle loro intime ossessioni. Queste ossessioni, mi spiega, partono da lontano. Quando era bambino soffriva di febbri reumatiche ed era spesso costretto a letto: «Tutti uscivano, genitori e fratelli, io rimanevo solo e saccheggiavo la biblioteca di mio padre. In quel periodo ebbi le prime esperienze di letture più adulte. Trovai ad un certo punto Edgar Allan Poe, che mi aprì una finestra incredibile su un mondo che non avevo mai sospettato. Leggevo questi libri e godevo, c’era un sottile piacere che accompagnava quelle letture trascinandomi in un altro mondo, fatto di sogni, di deliri». Dario Argento sorseggia un altro bicchiere d’acqua.
Mi dice che crescendo ha sempre cercato di ritrovare il piacere che aveva provato da bambino, leggendo quei racconti. «La lettura insieme ai viaggi è una delle cose che amo di più».
Si lascia andare sulla sedia e inizia a parlare con una voce bassa, come se stesse parlando con sé stesso, per rimettere un po’ d’ordine nei suoi pensieri. «Crescendo, come molti, mi sono appassionato anche a Fëdor Dostoevskij» mi dice, ricordando con un brivido il piacere della lettura de I demoni, uno dei libri più complessi e mastodontici della letteratura russa
«Il mio incontro con Dostoevskij e la letteratura russa è avvenuto quando ero oramai grande, ma è stato altrettanto significativo, specialmente la lettura dei I demoni.
Mi è capitato di leggerlo più volte mentre facevo dei viaggi in Oriente, una volta in francese, un’altra in inglese e poi in italiano. Tutti gli alberghi un po’ antichi, in India, in Indonesia, quelli che si rifanno al periodo coloniale, hanno un piccola biblioteca.
Mi è capitato più di una volta di trovarlo e rileggerlo. Ho sempre trovato quella lettura appassionante».
Il cellulare squilla.
Non può fare a meno di rispondere, ma non vuole perdere il filo del discorso.
«Sì… sì… ciao! Sto facendo un’intervista, ci sentiamo dopo… sì, a dopo».
Riattacca e dopo un breve silenzio riprende a parlare: «Dicevamo? Ah, l’India, certo. Ho sempre viaggiato molto. Fin da piccolo, con i miei, poi crescendo per lavoro». Mi spiega che per lui viaggiare è un momento speciale, magico. «Mi ricordo tanti anni fa, quando mio zio, Elio Luxardo, anche lui fotografo, venne a Roma a prenderci e ci disse: – venite, vi porto a vedere una cosa fantastica. Prese la macchina, camminò, camminò… e la città a un certo punto era finita, perché all’inizio della Cristoforo Colombo non era come oggi e cominciavano i campi. Dopo una stradetta dissestata improvvisamente apparve l’Eur, che era stata voluta da Mussolini e poi era stata abbandonata perché costruita dai fascisti. Era una cosa meravigliosa, impressionante. Rimasi a bocca aperta: c’era il Palazzo delle Esposizioni, la chiesa e a un certo punto ci entrammo dentro. Non c’era nessuno, solo uccelli che sbatacchiavano le ali. È stata una delle esperienze più toccanti… una città abbandonata, tutta di marmo. Con obelischi, case abbandonate, tutto invaso dalle erbacce. Solo nei libri si può trovare una scena del genere…».
Mi spiega di essere stato un po’ ovunque. «La costante dei miei viaggi è che molti li ho fatti da solo». Il primo quando era solo un ragazzo, un “viaggio iniziatico” che lo trasforma in un Holden contemporaneo. «Il mio primo viaggio importante è stato a Parigi. Avevo quindici anni. Mi ha fatto conoscere tante cose: letteratura, cinema. In Italia non c’erano ancora degli spazi così. La Cinémathèque Française invece faceva vedere film a getto continuo. I miei genitori m’inviavano denaro. Poi, ad un certo punto hanno smesso e io ho cercato di fare di tutto per mantenermi. È stato un periodo avventuroso, dormivo nei posti più assurdi e disagevoli.
Passavo molto tempo nel quartiere Latino, che è forse il luogo più intimamente legato al mio rapporto con Parigi».

da Effetto Arte (settembre 2010)