L’opera di Gene Pompa appartiene a una dimensione liminare: si dispiega al nostro sguardo come una soglia, una geografia sovrannaturale, ispirata, in ogni caso, alle suggestioni della natura. I paesaggi dell’artista non possono essere considerati una mera rappresentazione della realtà: Pompa ne trascende la visione, mette in scena uno spettacolo assolutamente inedito in cui ciò che è stato vissuto si sublima in un’atmosfera sospesa, onirica, fatta di ramificazioni cattedratiche e memorie intime.
Il primo sguardo fugace ci porterebbe subito alla mente la maniera impressionista. Si ha come la sensazione di vivere un momento della storia personale dell’autore. Abbiamo, cioè, l’idea di una natura evocata, mai ritratta, descritta. Lentamente si scopre, tuttavia, che quella rapida virgola cromatica che gli Impressionisti stendevano per catturare l’attimo percepito non appartiene agli intenti espressivi dell’artista alessandrino.
Pompa ricerca la corposità di quell’attimo, ne enfatizza la consistenza. Il suo paesaggio è ricordo in rilievo, bassorilievo di luce. C’è la necessità di restituire all’universo inconscio la sua fisicità, il suo ruolo concreto nel mondo, con uno straordinario gesto pittorico che scandisce, edenicamente o goticamente, la sublime, romantica, bellezza della natura.
Veleggiando fra i diversi accenti tonali delle sue opere, fra quelle boscaglie cromatiche in cui la luce riscrive elegiacamente le gesta dei ricordi, persino l’aria si fa sostanza visibile e palpabile.

L’artista modella l’umidità fra i rami e le radici, genera un vortice di sensazioni ora tattili ora olfattive. Lo spettatore rema fra le onde della spatola, partecipa alla visione, ne ascolta la malinconia, in un insieme di elementi che si rincorrono alla stregua di un madrigale rinascimentale.
Certi artisti sono poeti nella misura in cui sanno cogliere non solo l’essenza delle cose ma anche il dialogo, complesso, degli elementi che le costituiscono. Ogni dettaglio, come negli scacchi, sussiste in una geometria di relazioni che ne influenzano vicendevolmente l’esistenza, rivelandone la presenza attiva e la forza. Le sinfonie degli alberi, le dissonanze delle foglie, i contrappunti delle distese verdi, le ritmiche cortecce nodose, man mano che si avvicinano in primo piano vanno gradualmente emergendo dalla superficie, si rivelano, e non solo allo sguardo, ma anche alla mano. Viene la voglia di toccare quelle superfici vibranti, si rimane ipnotizzati da quei meravigliosi bassorilievi naturali.
Ecco allora che le chiome arboree diventano le arterie del cielo di Friedrich e gli ulivi i custodi della storia tradizionale dell’umanità. Le colline si sciolgono in curve sinuose e i campi erbosi si trasmutano in soffici talami nuziali, dove si consuma quell’amore rituale che nasce dal mistico sposalizio fra l’uomo e la natura. Natura che recita il ruolo da protagonista, che veste i panni della coscienza umana, che sa farsi inclinazione erotica dell’anima, sospirando, trasudando, seducendo, fino ad ammansire ogni tensione, ogni inquietudine, sotto le spire del piacere estatico.

L’impressionismo iniziale cede allora il passo a una corale processione espressionista diretta dal colore. Non esiste la mera celebrazione dell’effetto, non si glorifica l’attimo vissuto, non si inneggia all’immediatezza del gesto: si accede invece all’altare della permanenza. La pittura di Pompa mineralizza lo spazio, lo astrae, ne esalta, scientificamente, la profondità alla Leonardo, ma ne restituisce anche la monumentalità, la lentezza, l’eternità, il pensiero. La regia è sotto l’egida dell’avìta luce d’Oriente, calda, silente, sacra: essa finisce per nutrire la contemplazione della coscienza in cui si annida il profumo di Dio. Quella luce che, in una sorta di lussureggiante deserto trasfigurato, vela e non svela, come fosse una sensuale stoffa ricamata, dolcemente mossa dal vento, che lascia trapelare ogni desiderio riscoperto: l’opera di Gene Pompa diviene così trasmutazione della grazia nella natura e, al tempo stesso, estasi della materia.
Gene Pompa è nato ad Alessandria d’Egitto l’11 marzo 1952, risiede a Roma dal 1962, dove si è diplomato in Murales presso l’Istituto San Giacomo. Di origini italiane, nasce ad Alessandria d’Egitto l’11 marzo 1952, dove trascorre una splendida infanzia fino all’età di dieci anni. La serenità di quel periodo viene interrotta dai profondi mutamenti politici che sconvolsero l’Egitto negli anni Sessanta. La sua famiglia fu infatti costretta ad abbandonare tutto per emigrare verso l’Australia, ma il viaggio si interruppe in Italia, a Roma, dove il Maestro vive tutt’oggi con la sua famiglia. I suoi esordi come pittore risalgono agli anni Settanta, periodo in cui inizia a familiarizzare con le tecniche artistiche copiando le opere dei grandi Maestri del passato.
Dagli anni Novanta intraprende a tempo pieno la professione di artista, alternando opere di matrice surreale a creazioni di ispirazione paesaggistica. Il “marchio” che rende immediatamente riconoscibile la pittura di Gene è la sua originale tecnica a rilievo: grazie all’uso sapiente di spatola e pennello, realizza dipinti tridimensionali a olio, caratterizzati da una forte impronta materica. “Confesso che sin dalle prime esposizioni delle mie opere ho incontrato una felice e meravigliata accoglienza da parte del pubblico e, successivamente, della critica, che mi ha incoraggiato a proseguire la ricerca e affinare la tecnica esecutiva. Col tempo questo mi ha portato a ottenere numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali.” Una tappa importante nella sua carriera è l’apertura, nel 1998, del suo atelier “Art’è Gene” a Roma, in via Bellinzona, nel quartiere Trieste. Visto il crescente apprezzamento del pubblico, inaugura successivamente una galleria d’arte nel centro storico della rinomata cittadina di Spoleto, in via del Palazzo dei Duchi.
Artista ormai consolidato, Gene ha partecipato a oltre cento mostre personali e a più di seicento rassegne d’arte nazionali e internazionali, esponendo in prestigiose gallerie e musei pubblici e privati. Nel 2013 è protagonista della pubblicazione della sua prima monografia, edita da Giorgio Mondadori e curata dal Prof. Giovanni Faccenda. Nel 2014 e 2015 seguono due cataloghi personali con testi critici del Prof. Vittorio Sgarbi, mentre nel 2016 è protagonista di un servizio su MyArt, accompagnato da un testo del Prof. Daniele Radini Tedeschi. Tra il 2014 e il 2016, alcune sue opere sono state utilizzate come parte della scenografia del programma televisivo GEO in onda su RAI 3. Nel 2020 esce la sua seconda monografia, sempre edita da Giorgio Mondadori, con testo critico del Prof. Philippe Daverio.
Dal 2022 è seguito dal Prof. Gianni Resti, che ha dedicato alla sua vita e alla sua arte un volume pubblicato, anch’esso, da Giorgio Mondadori.




