Monia Biscioni costruisce il proprio percorso artistico a partire da una formazione solida e consapevole, maturata all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove si confronta con un ambiente dinamico, attraversato da stimoli teorici e sperimentali, capace di alimentare un dialogo costante tra tradizione e contemporaneità e di favorire un confronto continuo tra linguaggi differenti. In questo contesto, l’incontro con l’artista e docente Nino Cassani si rivela determinante per l’elaborazione di un pensiero critico e per la definizione di una direzione progettuale autonoma, orientata fin da subito verso una riflessione profonda sui linguaggi e sulle possibilità dell’arte, intesa come spazio aperto di indagine. L’esperienza accademica non si limita all’acquisizione di competenze tecniche, ma si configura come un vero e proprio laboratorio di ricerca, in cui prende forma una visione dell’arte intesa come processo conoscitivo e spazio di riflessione, capace di interrogare la realtà, di attraversarla e di trasformarla in esperienza sensibile e consapevole.
Le prime fasi del suo lavoro mostrano un interesse per la figurazione e per l’osservazione del reale, ma ben presto emerge una tensione verso il superamento di tali coordinate, quasi una necessità interiore di andare oltre la superficie visibile per coglierne le strutture più profonde. Questa spinta conduce l’artista a intraprendere un percorso di progressiva essenzializzazione, in cui la rappresentazione lascia spazio a una dimensione più interiore e astratta, orientata verso una sintesi formale sempre più consapevole e meditata. Il linguaggio si fa via via più sintetico, ridotto all’essenziale, e si orienta verso una costruzione visiva in cui il segno, il ritmo e la relazione tra gli elementi diventano portatori di significato, assumendo una valenza quasi meditativa e riflessiva, capace di suggerire più che descrivere.
La ricerca scultorea si sviluppa attraverso una riduzione controllata della materia, dando vita a opere che si presentano come strutture essenziali, calibrate secondo equilibri interni rigorosi e attraversate da una tensione silenziosa che ne definisce la presenza nello spazio. Le forme, spesso riconducibili a un lessico primario, si organizzano nello spazio secondo principi di simmetria e proporzione che rimandano a una dimensione mentale prima ancora che fisica, suggerendo una costruzione dello spazio come luogo del pensiero e della percezione. In questo contesto, la tridimensionalità assume il ruolo di dispositivo percettivo: non semplice costruzione volumetrica, ma occasione per attivare una relazione lenta e consapevole con lo spazio e con il tempo della visione, invitando l’osservatore a una fruizione più attenta, prolungata e introspettiva. Un elemento distintivo della sua poetica è l’acromaticità, intesa come scelta linguistica e concettuale capace di amplificare il valore della forma e di concentrarne la forza espressiva.
L’assenza di colore non coincide con una sottrazione impoverente, ma si configura come apertura a una percezione più sottile, in cui luce, superficie e variazioni minime diventano protagoniste di un equilibrio delicato e complesso. L’acromia consente di eliminare il superfluo e di concentrare l’attenzione sulle relazioni formali, favorendo un’esperienza visiva rarefatta e contemplativa, quasi sospesa, in cui ogni dettaglio acquista rilevanza e ogni variazione diventa significativa. In questo spazio sospeso, lo sguardo è invitato a rallentare, a cogliere le sfumature impercettibili e a entrare in sintonia con il ritmo interno dell’opera, instaurando un dialogo silenzioso e profondo con essa. Parallelamente, nella pittura, il colore riemerge come strumento di indagine emotiva e di espressione immediata, introducendo una dimensione più dinamica e sensibile che si affianca alla ricerca plastica.
Qui l’artista abbandona la dimensione controllata e silenziosa della scultura per confrontarsi con una gestualità più libera e con una gamma cromatica capace di tradurre stati interiori, tensioni e interrogativi esistenziali, restituendo una lettura più diretta e vibrante del suo universo poetico. Le superfici pittoriche diventano così luoghi di attraversamento, in cui il colore si fa veicolo di energia e di percezione sensibile, capace di evocare stati d’animo, vibrazioni profonde e movimenti interiori.
Nel corso del tempo, la ricerca di Monia Biscioni si estende anche al design e alla profumeria artistica, ambiti che le permettono di ampliare il proprio raggio d’azione e di esplorare nuove forme di relazione tra arte e sensorialità, aprendo a contaminazioni fertili e a nuove possibilità espressive. In questo contesto si inserisce il progetto DECLINATION Extrait de Parfum, in cui la dimensione visiva entra in dialogo con quella olfattiva, dando vita a un’esperienza complessa e stratificata, capace di coinvolgere più livelli percettivi e di ampliare la nozione stessa di opera. Il profumo diventa così un’estensione dell’opera, una forma immateriale capace di evocare immagini e suggestioni, rafforzando il legame tra percezione e memoria e ampliando il campo dell’esperienza artistica verso territori più sottili e immateriali. L’intero percorso dell’artista si configura come una ricerca coerente, sospesa tra rigore formale e tensione interiore, tra disciplina e apertura all’intuizione, tra costruzione e abbandono. Le sue opere delineano un linguaggio personale, fondato su un equilibrio sottile tra struttura e intuizione, tra controllo e apertura al possibile, in cui ogni elemento appare necessario e calibrato. In questa prospettiva, ogni lavoro si presenta come uno spazio di attraversamento, in cui la materia si fa veicolo di una riflessione più ampia sul tempo, sulla percezione e sulla dimensione invisibile dell’esperienza, invitando lo spettatore a un confronto intimo, prolungato e consapevole con l’opera stessa e con il proprio sentire.




